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Il blog ufficiale di CIAI

Circa 2 anni fa CIAI ha attivato nella zona a nord della Cambogia, precisamente a Mondulkiri, un progetto di sostegno all’ospedale locale  rafforzando le capacità e la formazione del personale locale e creando una unità mobile di pediatria per raggiungere quei villaggi i cui abitanti non hanno accesso al sistema sanitario.

Si pensi ad esempio che nelle province di Mondulkiri e Ratanakiri solo il 13% della popolazione ha accesso alle cure sanitarie. Nella zona sono endemiche malaria, tubercolosi, parassiti intestinali, colera, diarrea, morbillo e altre malattie prevenibili con vaccinazioni e che colpiscono in particolar modo i bambini. Ci scrive la nostra collega la dottoressa Sian Wright che lavora presso l’ospedale, ci racconta questa coinvolgente storia.

“A volte ci si prende cura di un paziente che ti tocca il cuore per un motivo che non è possibile definire. L. M. è uno di questi pazienti. È stato ricoverato al reparto insieme ad altre 15 persone del suo villaggio per problemi di dissenteria, dopo il capodanno Khmer. Le piogge sono venute all’inizio di quest’anno e pensiamo che gli abitanti del villaggio abbiano raccolto le acque piovane e non abbiano fatto bollire l’acqua  prima di berla. Questo sembrava essere l’unico fattore che unisce tutti quelli del villaggio con focolaio di dissenteria.

L. M.ha quattro anni, ma è grande come un bambino di 2 anni, tranne per l’addome molto grande e sporgente. Premendo sul suo diaframma,  il suo addome appare come limitare la sua capacità polmonare, facendogli fare piccoli respiri. Deve dormire in posizione verticale per avere abbastanza aria. Le sue braccia e le gambe sono minuscole e si possono contare le costole sulla schiena, ma ciò che cattura sono i suoi occhi. Ha gli occhi di una vecchia anima, che considera il mondo da lontano e non ha ancora deciso se vuole impegnarsi con esso.

Era evidente al momento del ricovero che c’era qualcosa al cuore di L. M. Una volta riavutosi dalla dissenteria, il progetto predisposto per lui era quello di portarlo, con suo padre, all’ ACH, l’unico ospedale per bambini in Cambogia che si occupa di cardiochirurgia. Avevo grandi speranze, poiché eravamo in tempo per far coincidere il suo intervento con una squadra  di chirurghi cardiaci proveniente dall’Australia.

Purtroppo a L. M. è stata diagnosticata una cardiomiopatia restrittiva – l’unico trattamento che può salvarlo è un trapianto di cuore ma qui non è possibile. Possiamo solo cercare di rendere tutto più confortevole , rimuovendo parte del fluido sul suo addome e dargli alcuni farmaci cardiaci per alleviare alcuni dei sintomi.

La maggior parte dei bambini affetti da questa condizione morirà entro i primi 2 anni di vita. Mentre scrivo questo L. M. è ancora all’ A.C.H. e sta ricevendo il trattamento. Spero che possa a tornare a Mondoulkiri con suo padre e che possa trascorrere ciò che resta della sua breve vita con la sua famiglia. Noi li sosterremo per quanto possibile, al loro ritorno.”

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Correre per una buona causa è sempre stata una delle prime forme di solidarietà che hanno accompagnato le maratone. Prima fra tutte quella di Londra.

Ci si è sempre sfidati per fare il tempo migliore, per farsi pagare dagli amici l’iscrizione ma soprattutto per fare personal fundraising. Insomma, farsi dare soldi per ogni kilometro corso, sfidare il tempo migliore. Una vera e propria scommessa i cui contributi raccolti vanno ad una buona causa.
La maratona di Milano che si è corsa domenica 15 ha voluto essere proprio questo: una forma di solidarietà e un gran momento di divertimento. Sono stati in 13 mila a sfidare la pioggia e il freddo e a correre per la charity che volevano supportare.
Lo hanno fatto perché ci hanno creduto, con divertimento e con grande spirito di solidarietà.
Il progetto sostenuto dagli staffettisti e dai maratoneti è l’STS, il centro per bambini di strada situato alla periferia di Phnom Penh in Cambogia, un luogo sicuro e protetto per 282 bambini.
Fra i nostri staffettisti la squadra di Caterpillar AM che abbiamo seguito passo a passo: certo non un piazzamento eccezionale ma l’entusiasmo che ci hanno messo era proprio da numeri 1!!!

Grazie di cuore a tutti e alla prossima!

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Ci è giunta notizia che è stato ritrovato a Bangkok Febin Rosso. Le autorità di stanno interessando per il suo rientro.

Grazie a tutti per aver condiviso con noi le notizie sulla ricerca di questo ragazzo.

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Dati anagrafici/ Descrizione:

Febin Rosso, anni 24, sesso maschile, passaporto n. E504108, nazionalità italiana ma aspetto esteriore indiano; altezza 1,68, corporatura media, carnagione scura, occhi e capelli neri;

porta spesso occhiali da vista, veste in modo informale.

Soggiorno in Thailandia:

Febin è entrato in Thailandia il 3 febbraio proveniente dalla Malesia.

Comunicava abitualmente con l’Italia tramite il proprio pc; non possedeva telefono cellulare.

Non si hanno notizie dalla data del 2 marzo.

Sappiamo con certezza che il 18 febbraio soggiornava alla J.J. Guest House di Chiang Mai e che si è recato alla frontiera birmana per ottenere un visto di altri 15 giorni, rientrando il giorno stesso a Chiang Mai.

Possiamo supporre che da quella data fino alla fine del mese sia rimasto in Chiang Mai o dintorni soggiornando nella J.J. Guest House (conferma del gestore) oppure in un tempio di monaci buddisti da lui stesso menzionato, di cui non conosciamo il nome, insieme ad altri occidentali.

Ipotesi di ricerca:

Nell’ultima comunicazione risalente al 1 marzo Febin dichiara di voler andare in Cambogia per il  rinnovo del visto e poi di volersi recare a BKK in attesa del volo BKK-Londra del 13 marzo.

Il 15 marzo ci siamo recati all’aeroporto di Torino ed abbiamo constatato la sua assenza.

Da quella data abbiamo iniziato le nostre ricerche coinvolgendo l’ambasciata italiana di BKK ed alcuni canali ufficiosi basati su conoscenze personali in loco.

Possiamo supporre che sia stato arrestato dalla polizia per irregolarità dei documenti, che abbia subito un incidente, che sia stato rapinato ed abbia subito violenza e che si trovi in condizioni di difficoltà economica/estremo disagio e non sia in grado di utilizzare il proprio pc.

Teoricamente potrebbe trovarsi ancora a Chiang Mai o dintorni, nei pressi della frontiera cambogiana (probabilmente Aranyaprathet), nel percorso tra Chiang Mai e la frontiera cambogiana, oppure a BKK.

Per individuare gli ultimi spostamenti di Febin si potrebbero verificare gli utilizzi del bancomat/carta di credito della banca neozelandese CITIBANK NA NEW ZEALAND BRANCH (swift code CITINZ2XXXX) AUCKLAND. CONTO BENEFICIARIO FEBIN ROSSO 389012023202900

Secondo le autorità locali sembrerebbe che Febin non sia uscito dalla Thailandia, però pare che talvolta siano necessarie parecchie settimane per aggiornare il sistema operativo centrale dei flussi turistici di entrata e uscita.

N.B. Questo documento verrà aggiornato periodicamente non appena riceveremo nuove segnalazioni.

Aggiornamento del 21/03/12: una ragazza contattata su Facebook tra le amicizie di Febin dice di essere stata insieme a lui dal 26 febbraio al 1 marzo e di essere arrivata con lui a Bangkok il 29 febbraio.

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Dopo un lungo viaggio in pulman finalmente sono arrivata a Siem Reap!
Sono partita da Phnom Penh dove ho conosciuto Paloma e Andrea, i responsabili dell’ufficio del CIAI in Cambogia. Rimarrò 2 mesi a Siem Reap, presso la Scuola d’Arte come volontaria.
Qualche mese fa ho richiesto al CIAI di poter vivere un’esperienza di volontariato nel sud est asiatico. Il CIAI, dopo aver letto il mio Curriculum Vitae, mi ha proposto con mia grande gioia un lavoro presso la Scuola d’Arte di Siem Reap, una collaborazione come web master e organizzatore di eventi. L’esperienza mi è parsa immediatamente interessante, nel giro di pochi giorni avevo deciso: sarei partita per la Cambogia.
Ho preparato la valigia, comprato la guida turistica ed eccomi pronta!
Il primo incontro con la Cambogia è stato interessante, Phnom Penh è una città un po’ caotica e piena di traffico: da tutte le parti spuntano tuk tuk, motorini, biciclette e anche molte auto.
All’areoporto sono venuti a prendermi Paloma e Andrea, sono stati gentilissimi e mi hanno portato in albergo immediatamente, insomma… compatibilmente con il traffico e poi a pranzo.
Premettendo che io sono partita da Torino con la neve e una temperatura di –4°, l’arrivo nella calda Cambogia non è stato proprio facile. Però.. che bello poter di nuovo girare in maglietta a maniche corte e gonnellina svolazzante!
Mi sono fermata circa una settimana a Phnom Penh per coordinarmi con Paloma riguardo il mio ruolo e le necessità della scuola d’arte. Sono riuscita anche a fare un po’ di turismo e soprattutto vedere uno spettacolo di danza tradizionale cambogiana, utile per il lavoro che andrò a fare a Siem Reap.
Siem Reap è una cittadina rispetto a Phnom Penh per questo più vivibile e meno caotica.
Ed eccomi alla Scuola d’Arte, sono emozionatissima. L’assistente del Direttore, Voti, mi ha fatto fare subito un giro per la scuola… Ma che bello!!!! Le ballerine di classical dance sono incantevoli, rimarrei a guardarle per ore… non ci si stanca mai.. sono così delicate, sottili, leggere e flessuose..
E poi ci sono i ragazzi che imparano a suonare gli strumenti musicali, i ballerini di folk music pieni di energia e forza.. si muovono anche loro con una dolcezza magnifica.
Il primo impatto direi assolutamente incantevole…

Sara Brocchi – Volontaria CIAI a Siem Reap

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Non ha fatto notizia l’uragano Thane, che il 30 dicembre ha colpito violentemente la costa sud orientale dell’India. Tuttavia, nella regione del Tamil Nadu, distretti di Cuddalore e Puducherry si sono contati finora un centinaio di morti e un numero imprecisato di dispersi.

A quanto pare siamo gli unici a lavorare nella zona. Così ci dice Paola Scelzi, la nostra cooperante a Pondicherry. 

Si calcola che non rispondono all’appello 40 bambini disabili della Satya School,  l’istituto per bambini con bisogni speciali e sostenuti attraverso il CIAI da numerosi donatori italiani. Mancano ovviamnete all’appello anche le rispettive famiglie.

L’uragano si è abbattuto con violenza sui villaggi dei pescatori, quelli stessi in cui CIAI è intervenuto nel post tsunami nel 2004. .

Ci racconta Paola al telefono ”La città è devastata, 100mila alberi sono crollati e gli edifici hanno subito notevoli danni. L’acqua ancora scarseggia e la fornitura di energia elettrica non è costante. Lo staff CIAI sta bene. Oggi ho visitato i villaggi dove risiedono i bambini che fanno parte del programma di sostegno a distanza e la situazione è ben più tragica. Moltissime case distrutte e le persone sfollate. Scarseggiano acqua e cibo”. Chitra Shah, è direttrice della scuola Satya: “Per quel che riguarda i villaggi circa 200 famiglie hanno subito pesanti danni alle abitazioni ma, la cosa più preoccupante è che mancano all’appello 40 bambini con le rispettive famiglie. La scuola è stata pesantemente danneggiata: il tetto è quasi interamente scoperchiato e l’acqua è entrata nei locali dove abbiamo anche le attrezzature per la riabilitazione. Alcune pareti sono crollate sotto il peso degli alberi che si sono abbattuti sulla struttura”.

Pubblichiamo l’intervista di Paola Scelzi che dai microfoni di Radio Vaticana racconta le diffcoltà che la popolazione sta vivivendo

Clicca qui per ascoltare

Ad oggi le attività della Satya School hanno ripreso parzialmente.

Il 17 gennaio, il primo giorno di scuola per i bambini in Tamil Nadu, è stato duro e faticoso. Molti hanno perso la casa e scarseggiano cibo e acqua. Sono circa 800 i bambini che hanno perso il materiale scolastico nell’uragano. Stiamo cercando di rifornire 200 famiglie di elettricità e acqua potabile e di ricostruire la loro casa distrutta.

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In Etiopia i nostri sensi sono stati accesi, saturati, provocati, soddisfatti.

Sensi come vie preferenziali per passare la vita, come vie di conoscenza e di umana avventura ( è la definizione di Gennaro Matino).

I sapori di questa terra africana, che hanno sollecitato, e  a volte violentemente cimentato  le nostre papille gustative, assuefatte a sfumature acquerello, si depositeranno, insieme agli odori, che un po’ ci hanno seguito, impregnando i nostri vestiti e i nostri bagagli, nella profondità di qualche circonvoluzione della nostra mente, pronti a riemergere non appena evocati dalla somiglianza di un qualche nuovo incontro, chissà dove, chissà quando, comunque  incontro.

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Per primo l’odore. Forte. Di spezie. E’ un buon odore, dice mia figlia che muove i suoi primi passi in Etiopia dopo dodici anni.

Poi la città . Un primo sguardo dal bus che ci porta in albergo: palazzi in costruzione con le impalcature di legno, strade con il fango degli ultimi rovesci della stagione delle piogge, tra i cantieri, le chiese copte e i palazzi le botteghe di legno e lamiera dipinte a tinte vivaci, lo slum diffuso, spazi verdi con le capre, le baracche e gente che va e che viene.

Camminano gli etiopi, veloci, a grandi falcate da podisti, oppure lenti leggermente dinoccolati, camminano, camminano.

Banane appese.

Un sarto con una vecchia Singer sotto un riparo di plastica. Una fila di asinelli fra le auto.

Sciarpe come turbanti, sciarpe come mantelle, sciarpe come scialli. Sciarpe svolazzanti.

Mendicanti.

Dentro il nostro furgone una musica africana suona la città.

Sede del CIAI: profumo di caffè, l’odore buono e intenso dell’incontro.

Piove. Mangiamo e chiacchieriamo sotto una tettoia, sono seduta vicino a una donna che parla solo amharico, ci sorridiamo e, alla fine, ci salutiamo abbracciandoci, contente della nostra muta conversazione, di aver conosciuto anche solo quei sorrisi e quel silenzio, meglio che non essersi mai incontrate.

Verso sud.

Pianura e valli, ginestre, mimose, campi coltivati, colline, acacie, eucalipti e, infine , le coltivazioni di banani, veri e falsi, e i laghi Abaya e Chamo.

Sulla strada gente in cammino, verso i mercati, dai mercati, verso l’acqua, dall’acqua, verso le chiese e i minareti, dalle chiese e i minareti, verso un villaggio, da un villaggio.

Camminano a gruppi, spediti o lenti, allegri o pensierosi. Camminano, camminano.

Camminano le donne, cariche di peso, fagotti, taniche di acqua, fascine di legna.

Camminano le bambine con i fratellini sulla schiena.

Camminano le ragazze sotto gli ombrelli aperti per il sole o per la pioggia, neri o colorati.

Camminano le ragazze vestite all’occidentale e i vecchi con la giacca e il cappello.

Mangiamo chilometri a inseguire la caduta del sole, dentro l’auto la voce di Aster Aweke canta l’Etiopia.

Sorrisi, saluti. Hello ferenji, hello money, hello t-shirt, hello pen, hello, hello, hello, give me something :guardami ferenji, ballo per te.

Al terzo giorno sembra di essere in viaggio da un mese, sembra che il nostro posto sia qui e basta, in giro per il sud dell’Etiopia, siamo lontani dal nostro mondo e ci sforziamo di essere vicini a questo mondo nel quale entriamo con tutta la discrezione di cui siamo capaci, sentendoci sempre come il famoso elefante nel negozio di cristallerie.

L’accoglienza che ci riserva il popolo Dorze, i bambini che fanno scivolare la loro mano nella nostra, le donne che ci abbracciano tre volte, ci baciano tre volte, il cibo che ci hanno preparato, la comunità riunita per testimoniare la loro gioia per la nuova scuola, per una promessa mantenuta, ci avvolgono, ci includono, ci trascinano in un sentimento collettivo di appartenenza: potremmo tornare ancora, venire a piedi, fermarci qualche giorno, portare in dono quello che sappiamo fare. Per ora lasciamo un pezzetto di cuore e la scuola che, dicono, era il loro sogno.

Pranziamo tardi, all’ora del tè. Al momento della cena, nel lodge di Arba Minch, nessuno ha fame ma a tavola ci siamo quasi tutti, spinti da un’altra fame, quella di condividere impressioni, stati d’animo, idee. E’ il quarto giorno di viaggio: siamo diventati una comunità.

Sempre più a sud.

La terra si accende di rosso, la vegetazione diventa più rada e più bassa, i giganteschi termitai ci ricordano che l’uomo scultore ha appreso la sua arte dalla natura, la struttura perfetta di alcuni tucul ci ricorda che l’uomo architetto ha fin dal principio misurato il confine tra il proprio spazio e quello degli animali, il proprio spazio e quello degli altri uomini, senza voler prendere mai troppo spazio.

Il cielo è una volta bassa e ampia, l’orientamento quando la strada diventa pista è più difficile, noi ferenji, al di fuori di questa jeep, nella nostra versione più semplice eppur grondante benessere, col cellulare che non prende, qualche bottiglia d’acqua e qualche oggetto inutile nei nostri zaini, saremmo senza difese e senza risorse.

Il pozzo che scende a imbuto tra le rocce, il pozzo che strappa alle gole un lamento che è ricerca del ritmo, che è possibilità di resistenza alla fatica, che è canto, dicono le guide, infatti il pozzo è “cantante”,  è anche il simbolo della madre di tutte le ingiustizie: la ricchezza nelle mani di uno solo, il lavoro duro e mal pagato, la sopravvivenza di uomini e bestie a pagamento….

Il popolo dei Borana: le donne sono avvolte in stoffe a disegni blu portate dal Kenya e i capelli acconciati ai lati del volto con una scriminatura in cima alla testa, i capi villaggio tengono un lungo bastone, hanno l’eleganza dei Masai, bei volti gentili ma non estroversi, la pelle più ebano di tutti gli etiopi incontrati.

Guardo mia figlia. Lei guarda le donne e poi guarda me. E’ l’etnia più somigliante a lei che abbiamo incontrato. Dovevamo arrivare fin qui, nel sud, per poterci finalmente specchiare. Lei e..io, insieme.

La stagione delle piogge non è ancora finita. Risaliamo verso Addis Abeba passando per Awasa.

Una sosta. Una ragazzina ci osserva incuriosita strizzati nelle nostre giacche a vento, sotto i nostri improbabili cappelli, appesi a ombrellini da viaggio, i più piccoli reperiti in commercio. Sorride riparandosi con una grande foglia di banano che sorregge elegantemente con due dita.

Lasciamo il sud, il lago col mercato del pesce, lasciamo i tucul e i falsi banani, lasciamo la strada dove incrociavamo autobus carichi di gente e di fagotti, cavalli e muli contromano, più ci avviciniamo ad Addis Abeba, sotto la pioggia, più ci addentriamo nel traffico dei camion, arrivano da Gibuti dice il nostro autista, passiamo le fabbriche cinesi, passiamo le case popolari in costruzione, cominciamo a vedere la baraccopoli, le distese di onduline di lamiera sormontate dalle parabole. Siamo di nuovo ad Addis.

Gli ultimi giorni ad Addis per alcuni di noi, i componenti delle due famiglie adottive della comunità viaggiante, sono giorni di emozioni, di sentimenti forti, di domande senza risposte, di domande per future risposte.

Andremo in Etiopia, lo abbiamo detto sempre, andremo in Etiopia perché ogni storia ha bisogno di conoscenza e di riconciliazione, perché la memoria è un alimento fondamentale per l’individuo e non ha bisogno di molto , di un luogo se c’è, di un volto se c’è, di un nome, di una data, di un odore, un sapore.

Nella storia dei nostri figli era previsto ci fosse questo viaggio alla ricerca di un alimento che solo l’Etiopia, paese tra i più poveri al mondo, può offrire loro. Un viaggio da fare appena si fosse stati un po’ più robusti e forti, con qualche certezza, per esempio l’amore, e senza troppa paura delle domande e delle risposte.

Addis per noi non è stata la visita al museo, al monte Entoto, la partecipazione alla cerimonia del Meskal, Addis è stata la visita agli istituti Almaz e Kidane Meret.

Una bambina di cinque anni guarda i nostri ragazzi li osserva con attenzione, senza perdersi un dettaglio, un gesto, i gesti fra noi genitori e loro. E’ una bimba in attesa, già assegnata, entro breve avrà di nuovo una famiglia. Forse incontrare questi tre ragazzi la aiuterà ad attendere la svolta nella sua vita con meno timore.

Tensione ed emozione si sciolgono nella festosità dello spettacolo del Fekat Circus, abbiamo raggiunto i nostri compagni di viaggio che ci guardano, ci chiedono con discrezione, sento una carezza su una spalla, una mano che stringe la mia, ciascuno ha il proprio modo di mandare un piccolo segnale. Dal nostro mondo ci stanno già riacciuffando, i cellulari funzionano, qualcuno riceve anche già telefonate dall’ufficio però siamo ancora lontani e quando ci abbracceremo, salutandoci, a Malpensa scioglieremo la piccola comunità viaggiante consapevoli di aver condiviso più di quello che avremmo pensato e sperato.

Grazie a tutti voi compagni di viaggio e grazie a Donatella, Graziella, Chiara.

Selam.
Emilia

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Penso che sia stata un’esperienza da parte mia molto importante perché mi ha fatto crescere, cioè mi ha dato l’opportunità di conoscere un mondo completamente diverso da quello a cui sono abituato!
Infatti in Cambogia ho visto modi di comportarsi e abitudini che qui in Italia non ho mai visto: ad es. nonostante il traffico tutti o quasi tutti rispettano il codice della strada e per quanto possa essere buffo e praticamente senza significato sono rimasto molto sorpreso della NON reazione ai clacson; quando si è fermi ai semafori oppure si è in movimento e si vede qualcuno che suona il clacson a qualcun’altro nessuno offende nessuno ma sorridono e si spostano.
Ho dovuto constatare che li in Cambogia la popolazione è molto più solare rispetto a quella occidentale li la gente ti sorride anche senza un vero motivo. Quindi si può dire che la Cambogia è un paese povero, ma da quanto ho visto non si può dire che è un paese triste perché lì ho visto i più bei sorrisi che abbia mai visto, non perché erano belli ma perché erano sinceri! Si vedeva che le persone erano felici anche con quel poco che avevano, contente per quello che riescono ad ottenere e non sono AMMALATI della smania che ha contagiato noi occidentali di non essere mai soddisfatti di ciò che abbiamo e che ci porta a volere sempre di più!
I Bambini là sono fantastici, si divertono con poco e hanno la capacità di farti divertire con il loro poco anche semplicemente correndo.
Quando sono arrivato al centro di Andong e ho visto i bambini subito mi sono chiesto: “Ma io che caspiterina c’entro con questi bambini?” poi però mi sono dovuto ricredere… appena alcuni bambini mi hanno visto, pur senza conoscermi mi sono saltati addosso abbracciandomi!! =)
Se devo essere sincero non so cosa io sia riuscito a lasciare di me a loro ma so che loro hanno lasciato a me la capacità di vedere le cose in modo diverso: ad esempio ho imparato a mettere da parte le mie comodità per il bene del gruppo; vedevo tutti i bambini sporchi e seduti per terra senza alcun problema perché li è abitudine fare così e così ho fatto pure io!
ps. sapete continuo a fare così a volte pure qui a Modena =)

Questa è stata un’esperienza che non so se rifarei ma so che non la cancellerei mai!

Jonas

  

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Mi guardo attorno con la bocca spalancata. Flussi di moto e camionette si incrociano continuamente, ma appaiono leggeri, si schivano con precisione, senza fatica. Intorno negozi abbaglianti, con oggetti ammassati alla rinfusa. I proprietari, stanchi, seduti sul marciapiede cercano di combattere l’umidità opprimente.
Proseguendo lungo la strada si alternano grandi palazzi bianchi coi tetti dorati, separati da cancellate maestose, a distese di cemento grigio. Alzando lo sguardo un intreccio infinito di cavi della corrente, sospesi nel cielo nuvoloso.
Uscendo dalla città distese di campi e risaie, con qualche palma che spunta ogni tanto, svettando sulle figure chine sotto il Sole. I cambogiani ai lati della strada ci fissano curiosi e quasi sempre ci sorridono, divertiti dal nostro aspetto insolito.
Svoltiamo l’angolo, entrando in una strada sterrata e subito il tuk-tuk si ferma. Attraversiamo, per l’ultimo giorno, un piccolo cancello. Nel cortile tutti i bambini si bloccano per un attimo. Prima ancora di riuscire a mettere i piedi per terra siamo avvolti da un turbine di gioia e aspettative. Se il primo giorno si poteva leggere una nota di timore in alcuni di loro, oggi è completamente svanita.
La giornata ci regala ancora tanti momenti emozionanti: come sempre percepiscono la nostra voglia di stare con loro e farli divertire e la ripagano con un affetto molto sincero, difficilmente riscontrabile nei loro coetanei italiani. Le risate vengono scatenate con molta facilità, le cercano in ogni momento e se ne ubriacano, vorrebbero non finissero mai. Purtroppo le nostre energie si esauriscono molto prima delle loro e a volte siamo costretti alla ritirata strategica.
La situazione, così aperta e senza pretese, è perfetta per mettersi in gioco in prima persona e sperimentarsi come persone, nel rapporto con gli altri. Le barriere comunicative poi impongono di sviluppare metodi alternativi, che le aggirino, e coinvolgono tutti i sensi.
Il momento dei saluti mi accompagnerà per molto tempo. L’emozione si poteva respirare nell’aria. I bambini entusiasti non finivano di ringraziarci e sgomitavano per l’ultimo abbraccio. Non si rendevano però conto di quanto loro avessero dato a noi: l’immagine di quegli occhi che, nonostante tutto, riescono a mantenersi così vivaci, la loro energia vitale, è ormai impossibile da cancellare. La speranza per loro di trasformare questa energia in qualcosa di costruttivo si fa strada nella mia testa mentre usciamo dal cortile.

L’estenuante viaggio in pullman, condito da improbabili video karaoke, ci porta in un paese circondato dalla giungla.
L’esperienza in ospedale è meno intensa emozionalmente ma è fertile per delle riflessioni.
L’ambiente per forza di cose sobrio e senza sfarzi, senza le comodità che accompagnano la vita quotidiana occidentale, porta a un ridimensionamento sostanziale dei bisogni e delle necessità. Parafrasando Eddie Vedder, molto di ciò che si ha non serve davvero, e ciò che servirebbe lo si va cercando senza sosta, senza rendersi conto di averlo sotto i propri occhi.
Inoltre c’è spazio per sperimentare le dinamiche di gruppo: mi sono reso conto che per mantenere l’armonia è necessario che ognuno spenda energie in questa direzione. Ci vuole molta attenzione per minimizzare il disagio altrui e spirito di adattamento. Quando gli equilibri si trovano però, questi portano benefici a tutti, c’è supporto reciproco e la condivisione delle esperienze aiuta a inquadrare le proprie sensazioni e anche ad amplificarle.

Al ritorno, la sensazione di uscire da un universo parallelo è forte. Le percezioni, le abitudini, i suoni e gli odori, sono radicalmente diversi. Le facce in aeroporto cambiano d’improvviso. Dopo pochi giorni, tornati alla quotidianità, iniziano i confronti e le domande. Essere coscienti di un’altra realtà impedisce di compiere i gesti di sempre nello stesso modo, senza che siano accompagnati da una riflessione.
I nuovi paradigmi e le nuove coordinate, su cui per due settimane abbiamo misurato le nostre giornate, hanno fatto prepotentemente ingresso nei nostri comportamenti e sono sicuro che ci accompagneranno in modo positivo, anche inconsapevolmente.

Mattia

  

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